Esempio 1
Enzo Striano - Il resto di niente - Avagliano, Napoli, 1999, pp. 411

«Questo - scrive in una nota Enzo Striano - è un romanzo 'storico' (secondo la classificazione didascalica dei generi, in verità tutti i romanzi sono 'storici', così come tutti i romanzi sono 'sperimentali'), non una biografia, né una vita romanzata. L'autore s'è quindi preso, nei confronti della Storia, quelle libertà postulate da Aristotele ("Lo storico espone ciò che è accaduto, il poeta ciò che può accadere, e ciò che rende la poesia più significativa della storia, in quanto espone l'universale, al contrario della storia, che s'occupa del particolare" Poetica, IX, 1451 b), dal Tasso ("Chi nessuna cosa fingesse, poeta non sarebbe, ma historico"  Primo discorso sull'arte poetica), dal Manzoni ("Lo scrittore deve profittare della storia, senza mettersi a farle concorrenza"  Lettera al Fauriel), da altri grandi ».

Era assolutamente necessario riportare per intero questa nota perché se Enzo Striano ha scorto la necessità di redigerla è perché voleva dare al proprio lavoro la giusta angolatura di visione, quasi una precisazione di fronte a quei critici che prima di interrogarsi sul valore in  sè di un'opera sentono  il bisogno di catalogare i manufatti letterari che hanno dinnanzi, non sempre per orientare il giudizio, quanto per un'attitudine rigida e scolastica, da necrofori, di assegnare ad ogni salma il suo loculo. 
Ora, a parte quell'acutissima osservazione che tutti i romanzi sono storici   e tutti i romanzi sono sperimentali (1), c'è da dire che quest'opera, non solo per la forma (un misto di storia e d'invenzione), starebbe bene al fianco di quel capostipite che sono I promessi sposi. E ciò senza intenzione di scatenare  comparazioni sulla grandezza di un'opera che, a tutta prima - ma anche a  giudizio sedimentato - ci appare, sotto ogni riguardo, un vero capolavoro, quanto per le indubbie omologie strutturali con quel "romanzo italiano" per eccellenza: la storia ficcata dentro la Storia , la pluridiscorsività e il pluriliguismo (lo spagnolo e il latinorum lì, il portoghese, lo spagnolo, il napoletano, il francese, e  l'inglese qui), quella tensione di escutere gli eventi storici per tirarne una filosofia della storia (il sugo direbbe Manzoni) e il senso (posto che ci sia) della Storia (2)... Insomma, si parva licet, più di un elemento è consonante tra i due romanzi.
Ne Il resto di niente (formula che appare in più riprese durante la narrazione con diversi significati e sfumature), è raccontata, semplicemente, la vicenda umana, intellettuale, storica di Eleonora Pimentel Fonseca, l'animatrice  de Il monitore napoletano, "organo" ufficiale della rivoluzione partenopea: la  biografia di una donna sullo  sfondo di quelle vicende storiche, mai raccontate con tanta nitidezza e potere di fascinazione, della rivoluzione giacobina napoletana del 1799. Solo questo? No, di scena è Napoli, la città di Napoli, la sua miseria e la sua grandezza. Non s'era mai vista una meditazione così profonda, non dico sui "mali di Napoli"  (che costituirebbe dopo secoli di letteratura su quella meravigliosa e disgraziata città un ette  in più che nulla ci direbbe  sul  suo misterioso e inestricabile viluppo di organismo storico- antropologico), quanto su quello specifico problema che è l'incontro, o meglio il testa-coda, tra l'intellighenzia e il sottosviluppo di una città. E sotto questo riguardo la storia qui raccontata non è solamente quella dell'incontro-scontro tra li Giacobbe e i lazzari, quanto il resoconto sceneggiato e drammatizzato del  paradigma, appunto, dell'andata al popolo di un gruppo di intellettuali e il loro scontro con il  mob come lo chiamava Eric Hobsbwam, la populace, la plebe irredenta,  irredimibile e recalcitrante alla "redenzione". Se così è, questa è la storia - per stringente analogia - dei narodniki e dei mugichi in Russia, degli zapatisti e i guevaristi, dei  sandinisti e gli  indios nei tristi tropici,  insomma la storia drammatica, tragica, del mancato incontro ( e talora del conseguente scontro) di una minorité consciente intellettuale di estrazione borghese o aristocratica ( e chi altri potrebbe essere?) che capisce e comprende il corso degli eventi e cerca di piegarli ai propri desideri (ispirandosi però a modelli elaborati altrove), e di chi li subisce e non vuole cambiarli, anzi va in senso contrario.
Questo paradigma prende il nome di "rivoluzione passiva" secondo la formula dell'intellettuale Vincenzo Cuoco (che in questo romanzo è uno degli indimenticabili  protagonisti), formula che tanto ossessionò un altro intellettuale del nostro secolo, Antonio Gramsci, che sul Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli di Cuoco meditò lungamente in carcere, come medita Enzo Striano in questo romanzo, di cui l'intelletuale molisano è sicuramente, pour cause, ma anche per citazioni dirette, una sicura fonte d'ispirazione.
Cuoco, grandiosa, generosa e tragica figura, intelligenza affilatissima, che in questo romanzo sembra prestare all'autore il suo "punto di vista",  rifletté molto, fino a perderci letteralmente la ragione (morì pazzo di dolore quando vi fu l'ultima restaurazione dei Borboni)  su questa Rivoluzione importata, che voleva "fare come in Francia", rivoluzione forse sbagliata per come fu condotta e che egli, pur tuttavia,  ancora in esilio continuò a chiamare la "nostra" rivoluzione (e la "nostra" repubblica); rivoluzione   di cui egli  fu un fervente  sostenitore, seppure lucidamente prima, durante e dopo gli eventi, ne vide tutte le ingenuità, le insensatezze, le astrattezze ma che, nonostante tutto, e nonostante quindi se stesso, ispirò e condivise, con estrema generosità e lealtà fino al tragico finale. 
Scriveva, e leggiamo nella copia che abbiamo reperito in Rete: «I primi repubblicani furono tutti delle migliori famiglie della capitale e delle province: molti nobili, tutti gentiluomini, ricchi e pieni di lumi; cosicché l'eccesso istesso de' lumi, che superava l'esperienza dell'etá, faceva lor credere facile ciò che realmente era impossibile per lo stato in cui il popolaccio si ritrovava. Essi desideravano il bene, ma non potevano produrre senza il popolo una rivoluzione; e questo appunto è quello che rende inescusabile la tirannica persecuzione destata contro di loro».
Sulla loro astrazione intellettuale ha delle parole di fuoco: « Il male, che producono le idee troppo astratte di libertá, è quello di toglierla mentre la vogliono stabilire», parole  profetiche che sembrano anticipare i guasti operati nella storia del nostro secolo  da tutti quegli "ismi" che hanno voluto imporre con la forza il "bene".
 Sul linguaggio libresco e il latinorum (ahi ancora Manzoni!) dei suoi amici e sodali (ed Enzo Striano "sceneggia" tutto ciò in pagine davvero icastiche), scriveva: «Che sperare da quel linguaggio che si teneva in tutt'i proclami diretti al nostro popolo? "Finalmente siete liberi"... Il popolo non sapeva ancora cosa fosse libertá: essa è un sentimento e non un'idea; si fa provare coi fatti, non si dimostra colle parole. "Il vostro Claudio è fuggito, Messalina trema"... Era obbligato il popolo a saper la storia romana per conoscere la sua felicitá? "L'uomo riacquista tutt'i suoi diritti"... E quali? "Avrete un governo libero e giusto, fondato sopra i princípi dell'uguaglianza; gl'impieghi non saranno il patrimonio esclusivo de' nobili e de' ricchi, ma la ricompensa de' talenti e della virtú"... Potente motivo per il popolo, il quale non si picca né di virtú né di talenti, vuol esser ben governato, e non ambisce cariche! "Un santo entusiasmo si manifesti in tutt'i luoghi, le bandiere tricolori s'innalzino, gli alberi si piantino, le municipalitá, le guardie civiche si organizzino"... Qual gruppo d'idee che il popolo o non intende o non cura! "I destini d'Italia debbono adempirsi". "Scilicet id populo cordi est: ea cura quietos sollicitat animos". "I pregiudizi, la religione, i costumi"... Piano! mio caro declamatore; finora sei stato solamente inutile, ora potresti esser anche dannoso».
E si!, inutili, e forse dannosi. La sinistra estrema e "immaginaria", anche quella dei nostri giorni,  dovrà riflettere ancora su questo binomio: non è Ruffo che collega i lazzari, sono li Giacobbe che non sanno collegarli, sono li Giacobbe che  invece di  legare a sé il popolo con mirate riforme ( e Cuoco le elenca tutte nel suo Saggio), ossessionati dalle loro fallaci rappresentazioni mentali    pretendono  solo di cambiare i nomi alle cose, finendo col  declamare nel vuoto, col  profferire « parole vaghe che niuno intendeva».
Se questo è il "nucleo" forte del romanzo, ossia  il paradigma, sfociato in psicodramma, della "rivoluzione passiva" (e si vedano a tal proposito le pagine in cui Striano cede la parola allo stesso Cuoco o la passa  ai capi lazzari o in cui sottolinea lo sforzo della Pimentel giornalista di parlare la lingua delle plebi), non renderemmo giustizia a questo  capolavoro se non citassimo l'alto voltaggio espressivo dell'arte di Striano, la straordinaria capacità mimetica della sua lingua narrativa mai indulgente verso il "quadro pittorico" di maniera - articolo pericolosissimo per e con la città di Napoli -, ma sapiente e mobile,  assolutamente assoggettata alle necessarie urgenze narrative o descrittive;  lo strabiliante  suo talento nel saper far cozzare l'alto e il basso-mimetico; il raffinato mélange della plastica lingua dei lazzari e l'arricciato  rococò dei pensieri dei suoi protagonisti intellettuali, i Pagano, i Lauberg, i Russo, i Manthoné, i Jerocadés,  i Cuoco...
Memorabili le pagine del primo incontro della Pimentel con Napoli: abbiamo ancora negli occhi il caravaggesco chiaroscuro della Napoli perenne tutta monnezza e dorature, colta con favoloso realismo durante la festa di Piedigrotta. Striano, con abilità infinità, ci dà tutto delle cose che "vede", mercé un  realismo descrittivo allucinato che  schiva le facili malìe del  barocco più esagitato, sempre in agguato in queste circostanze, e il rigido ricatto incombente  di un documentarismo inerte. Altre pagine che non ci abbandoneranno facilmente sono quelle conclusive degli ultimi giorni della Repubblica, l'assalto a Sant'Elmo, la fuga, la cattura, l'esecuzione davvero commuovente  di quegli sciagurati eroi. Il vasto lavoro di documentazione approntato da Striano riuscirà di giovamento anche agli storici di professione, credo. Gioverà a costoro il ridimensionamento di figure quali Caracciolo o il chiaro equivoco storico della Luisa Sanfelice, come sicuramente il ritratto a tutto tondo del giovanissimo e generoso Gennaro Serra di Cassano.
Ma su tutta l'opera si estende non lo sguardo freddo dello storico che connette i fatti e gli eventi, né quello del polemista che può ancora giovarsi di quegli eventi così distanti nel tempo, ma così vicini ancora a noi tutti uomini del Sud ( un vero rompicapo, che quando sarà sciolto o saremo morti noi o il Sud non sarà più il Sud), per tirare da una parte o dall'altra le ragioni ( e noi staremmo ancora a fianco di  quegli sciagurati e pazzi visionari se dovessimo dibatterle qui ed ora), quanto lo sguardo sereno e purificato dell'artista vero, che quasi con  occhio divino è penetrato nei cuori delle sue creature e del suo mondo così genialmente suscitato, e tutto ha compreso  e "visto". 
Alfio Squillaci 
1) Flaubert, considerava "storico" il proprio romanzo l'Educazione sentimentale che dopotutto, all'epoca dell'ultima stesura, riprendeva eventi di qualche dozzina d'anni prima, ma che, anche,  gli era diventato "storico" tra le mani, essendo  la prima stesura, in contemporanea con gli eventi narrati. Ci chiediamo: tutti i romanzi coi tempi rivolti al passato non sono forse "storici"? Ci sono libri o film, poi, dei nostri anni '60 che  sembrano addirittura  in "costume", come ritraenti epoche di parrucche e ciprie, con le loro  vespe e giradischi colorati o le strade, come l'Aurelia, totalmente  sgombre dalle carrozzerie automobilistiche. (Torna supra)

2) E la Storia può assumere anche queste movenze secondo le parole di Striano. " Com'è strana la  Storia , ad un tratto t'accorgi che respiri aria diversa. Non sai dire in che: tutto va come prima, però senti che le abitudini han preso confortevole, smorta eternità. Frizza irrequieta attesa d'avvenimenti ignoti".(Torna supra)
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Raffaele La Capria
6 aprile 1998

...ma perché non tutti dimentichino e perché non tutto a Napoli valga il resto di niente, Enzo Striano scrive il suo romanzo. Solo così, rappresentando e facendo rivivere gli avvenimenti e le persone che prepararono la rivoluzione del '99 e t ragicamente la conclusero, si sarebbe salvata la memoria, solo così le parole di Eleonora non sarebbero cadute nel vuoto. Eper meglio ricordare Striano legge documenti a non finire, giornali dell'epoca, carteggi, cronache e diari, fruga libri e archivi e nulla gli sfugge, le usanze, i costumi, la vita quotidiana, i fatti mondani, i ricevimenti a corte, le feste, i salotti, le divise, le conversazioni, la topografia, insomma un lavoro enorme; accumula dati su dati, e alla fine, dopo questa prep arazione durata anni, cerca di trasformare l'erudizione così acquisita in narrazione, in un romanzo storico, in un grande e affollato affresco della Napoli di fine 700 dal quale emerge in primo piano, tra tanti personaggi, la figura di Eleonora Pimentel Fonseca. Il romanzo, pubblicato dall'editore Loffredo a Napoli nel 1986, ha raggiunto anno dopo anno una fascia di lettori sempre più vasta fino a vendere molte migliaia di copie nella città, e adesso lo ripubblica l'editore Avagliano, di Salerno, che cercherà di dargli una diffusione nazionale, cosa che agli editori meridionali, per la marginalità cui sono condannati, riesce sempre molto difficile. Ci spiace però che l'autore, morto prematuramente, non abbia potuto assistere al crescente interesse per il libro su cui si era tanto prodigato. Come si spiega intanto il successo del libro a Napoli? Più che per il valore letterario, io credo, per la forte motivazione civile, per il suo effetto complessivo, perché questo romanzo ha toccato una corda cui i napoletani sono molto sensibili, e trasmette una malinconia, uno sconforto storico ed esistenziale che viene loro da lontano. Viene forse da quel «ministero nascosto» di cui parla la Ortese, dove si decreta la sconfitta della Ragione da parte dell'irriducibile Natura di questa terra, «genio materno e conservatore», che sempre la opprime. L'ambizione dello scrittore - lo dichiara lui stesso in una nota alla fine del libro - è quella di scrivere un romanzo storico, che attenendosi all'opinione del Manzoni «deve profittare della storia senza mettersi a farle concorrenza». Ci è riuscito? O le ha fatto concorrenza? Leggendo il libro si ha l'impressione che i personaggi non vivano di vita propria, e che i fatti non riescano a sganciarsi dall'inerzia del meramente accaduto. Si parla di ciò che sta accadendo in Francia, del re Ferdinando, di Carolina, della politica di Tanucci, della musica di Cimarosa, ma sembra che i personaggi non parlino veramente tra di loro e di cose loro, ma parlino al lettore con lo scopo preciso di fornirgli un'accurata rappresentazione dell'ambiente sociale e culturale in cui si muovono. E di questa sembrano tutti molto consapevoli, mentre al contrario i personaggi di un romanzo storico dovr ebbero trovarsi più o meno nella situazione di Fabrizio del Dongo, che non si rende conto di essere nel bel mezzo di un «fatto storico», la battaglia di Waterloo, perché è troppo preso dalla sua personale vicissitudine per avere le idee chiare su que llo che accade intorno. Nel romanzo di Striano tutto risulta troppo spiegato e a volte col senno di poi. Inoltre se è vero che uno degli elementi più importanti di un romanzo è il tempo, il suo tempo interno, qui l'autore pur avendo ossessivamente presente il tempo della Storia si fa spesso sfuggire quello romanzesco, che è tutt'altra cosa, perché è dettato dalle vicende interiori dei protagonisti, dai loro pensieri e moti dell'animo. Raramente perciò, leggendo questo romanzo, avviene quel processo di identificazione per cui ci sembra che le peripezie e i moti dell'animo di un personaggio ci riguardino da vicino e ci trasmettano emozioni desideri pensieri che ci appartengono e ci sembrano nostri, come per esempio avviene quando leg giamo non dico Guerra e Pace, che è il capolavoro ineguagliabile del genere, ma anche capolavori al paragone più modesti come Il Gattopardo. Così mentre i personaggi come il principe Andrei o Natasha o Pierre Bezuchov (in Guerra e pace) oppure il principe di Salina e il suo nipote Tancredi (nel Gattopardo) sono esistiti solo nella mente del loro autore, e sono perciò invenzioni poetiche e universali, i personaggi de Il resto di niente sono personaggi solo storici, di cui è nota l'intera vicenda, e non altro che quella possiamo aspettarci. Allora, qual è il vero punto centrale che dà forza a questo romanzo? Io credo che sia Napoli, Napoli sfortunata come Eleonora che con lei si confonde nella mente del lettore. E Napoli è sempre presente i n queste pagine, Napoli dal volto innocente e crudele, madre e matrigna, città miserabile e grandiosa dove il destino di ciascuno sembra sempre segnato da una storia irrisolta. La rivoluzione napoletana del 1799 appare infatti in questo libro come uno di quei drammi elisabettiani, biechi, neri e sanguinari, senza luce e senza redenzione. Perché se tutti gli orrori della rivoluzione francese furono alla fine riscattati dalla storia che seguì, che diede gloria alla Francia e libertà ai popoli d' Europa, la rivoluzione napoletana del 1799 a che servì? Al resto di niente (e oggi viene perfino denigrata). Tutto a Napoli rimase come prima, se non peggio, non ci fu nessun riscatto: storia bloccata, storia irrisolta. Come sempre. Ma nonostante quello che abbiamo detto dei personaggi e nonostante il senso di sconfitta e di fallimento che li accompagna e che corre tra le pagine di questo romanzo noi sappiamo che essi esistettero davvero, e questo trasforma il rapporto del lettore col libro, rendendolo più forte, e anche più ambiguo specie se napoletano. Così anche per me gli stessi personaggi, che all'inizio parevano figurine di carta o «scalmanati dalle idee confuse», acquistano man mano una propria fisionomia, e sembra che prendano vita per affrontare la morte con dignità. Essi restarono a Napoli, nel racconto di Enzo Striano, ma soprattutto nella realtà della nostra storia patria, quando tutto era perduto e la loro vita, lo sapevano bene, non valeva più il resto d i niente. Restarono per salire sul patibolo e dimostrare che non scherzavano con le idee. Di quello che abbiamo letto, chiuso il romanzo «non rimane che il senso generale dei fatti, l'ombra delle persone e delle cose»; ma rimane anche il senso tragic o di quel «resto di niente» che Napoli riserva a chiunque si illuda di interrompere il Silenzio della Ragione.* 
Enzo Striano (Napoli 1927 - 1987) è stato giornalista, insegnante, direttore di collane di didattica e della rivista «Incentivi», nonché collaboratore di diversi quotidiani e televisioni. Quella della scrittura è una passione che ha coltivato fin da gli anni Settanta quando ha scritto I giochi degli eroi (1974), Il delizioso giardino (1975), Indecenze di Sorcier (1978). Ma è soltanto con Il resto di niente, pubblicato nel 1986 da Loffredo, piccolo editore napoletano di testi scolastici, che ottiene una certa notorietà tanto che il libro, nel corso degli anni, diventa introvabile. Appena riedito da Avagliano (pagine 416, lire 22.000), il romanzo è ormai un caso letterario. 
dal 22 maggio 2001
* Al Mercato andarono un'arida mattina d'estate. Si sudava, s'ansava. Costeggiarono muriccioli lungo una spiaggia polverulenta, tanfosa d'orina, pesce morto, immondizia. Dal mare cresceva una foresta: pennoni, maestre, trinchetti d'ogni dimensione, fasciati di vele chiuse, rigate da scalette di corda. Ne giungevano grasse nuvole d'odori: crusca, formaggi, cuoi, verdure, vino, un po' come a Ripetta. Anche qui chiasso, brulichio di gente che caricava, scaricava, nella spiaggia aspettavano carretti, somari dai basti enormi, facchini scalzi e impolverati. Pulviscolo sottile, dall'odore strano, come d'orzo acidulo, si ficcava sotto gli abiti, inaridiva i capelli.

 * Paisiello, aggrondato, s'era messo in un canto, Cimarosa se lo studiava inquieto. Fu Galiani a spingere il maestro verso il clavicembalo, mormorando: - Giova', qua se non suoni qualche cosa si fa notte e ci abboffano de stronzate.

 * La strinse, la baciò, stavolta da mozzare il fiato: le ingombrò la bocca con la lingua. Denudò il seno, che dondolò bianco e grande nel buio. Lo reggeva nelle palme aperte, ne stringeva i capezzoli. Poi lei intravide l'ombra violacea che emergeva dal ventre di lui, la fissò come incantata, incapace di muoversi. Era lui che faceva tutto.

 * Perché gli uomini sono fatti tutti a questo modo, che non sanno placarsi col sereno calore dell'affetto? Così: parlarsi con pacata usanza, tenera stima. Guardarsi nel modo chiaro di chi può e vuol essere com'è. Perché non basta loro l'incontro della pelle nelle mani intrecciate? La carezza maliziosa, infantile, in punta delle dita? Che démone li spinge a tormentarsi e tormentare? A trasformare soffi di baci in morsi, carezze in disperate strette?

* - Amico - proruppe il ragazzo, aggrappandosi all'entusiasmo. - Simmo Napolitani pure noi. Simmo fratelli. Lavoriamo per darvi la libertà.
- La libertà? fece il lazzaro, con aria falsamente interessata. Si volse ai compagni, serio: - Guagliu'. Lo cavaliere 'ce vo' da' la libertà.

* - Ma quando mai! - rideva Cuoco. - Per fare le rivoluzioni occorrono soldi e intelligenza. Qui, a Napoli, ci vorrebbero almeno trenta milioni di ducati. Chi li caccia? In quanto a intelligenza , poi...
Disse anche un'altra frase, che la colpì: - A Napoli la rivoluzione pochi la capiscono, pochissimi l'approvano, quasi nessuno la desidera.

* Vacilla. Mastro Donato il boia la sorregge, poi la spinge, con delicatezza. Le tiene una mano per farla salire sopra lo scaletto. Prima di dare il calcio la guarda, con occhio serio, un po' aggrondato.
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