Elena Stancanelli - Le attrici - Einaudi Tascabili. Stile libero. Torino 2001 pagg. 171.
"Le attrici è un'opera di fantasia. Personaggi, situazioni, luoghi sono creazioni dell'autore. Ogni riferimento a fatti o persone vive o morte è puramente casuale".
Nonostante la breve nota dell'editore posta all'inizio del libro, si fatica non poco a rintracciare la "fantasia" e le "creazioni dell'autore" in questo secondo romanzo di Elena Stancanelli (che aveva esordito nel 1998, sempre presso Einaudi, con il discusso "Benzina").
La trama si riassume in poche frasi. Ariel (nuovo nome-in sostituzione del precedente e poco artistico Arianna- in omaggio al personaggio de "La tempesta" di Shakespeare) e Tina (sensualissima napoletana, "con le gambe lunghe e le cosce dritte, i fianchi stretti e un culo che ti viene voglia di metterci le mani sopra") sono due attrici, l'una di teatro, l'altra di cinema. Entrambe sono state contattate dal "Maestro", enigmatica e affascinante figura (che in alcuni tratti potrebbe ricordare lo scomparso Strelher, ma è meglio non andare troppo oltre con le inferenze e attenersi alla castrante avvertenza di cui ho detto sopra), sono state contattate, dicevo, per sostenere un provino per uno spettacolo. Per tre giorni le ragazze sostano su una non precisata "isola delle femmine"- già sede di un carcere femminile, ora dismesso- nella villa del maestro, in compagnia di Sergio, zotico e nervoso assistente-tuttofare-segretario particolare; di Franca, moglie indolente, silenziosa e rassegnata di Sergio; e di Artò, il gatto del maestro.
L'intreccio e i personaggi sono tutti qui, se non si tiene conto della storia parallela e allunga-brodo (del tutto inutile e inserita a forza nel corpo del romanzo) di Ferdinando e Annamaria, due amanti infelici e sgrammaticati che si cercano, si perdono, si ritrovano, si lasciano
Il punto debole del libro, forse, è proprio questo: la povertà della trama, la vistosa carenza di ritmo, l'assenza di "fatti", il tutto condito da una scrittura che, pur se bella e controllata, a volte, per eccesso di lirismo, scade nell'incomprensibilità: "Pensavo, in questo pensare sferico, a strade che partono dove arrivano, a case costruite dalla loro distruzione, a destini determinati dalla loro indeterminatezza. E un gran vento, e pioggia e fulmini".
Eppure la stessa Stancanelli, a quanto pare, è consapevole di quest'aspetto: "Dell'arte si può snobbare la tecnica. Trovarla addirittura volgare nel pittore manierista, il violinista virtuoso, controproducente nel calciatore che non passa mai la palla. Si può circoscriverla fino a tracciare confini al millimetro e allora dàgli () al romanziere che si azzarda a intuzzare (sic!, n.d.r.), nella sua trama che deve filar via come il miglior pattino, du' paroline pescate un po' più in là: starai mica facendo della poesia?".
Ho parlato con un paio di amiche che fanno, da anni, teatro, e ho sottoposto loro i brani nei quali l'autrice espone idee, considerazioni, constatazioni, brevi aneddoti intorno all'affascinante mondo della recitazione teatrale, chiedendo loro un parere da "addette ai lavori". Nella maggior parte dei casi le risposte erano concordanti: insomma, Elena Stancanelli, mi hanno confermato, conosce bene l'Accademia d'arte drammatica, il teatro, e gli attori e le attrici che vi gravitano attorno.
La giovane scrittrice fiorentina ha quindi raccontato fatti e esperienze con lo sguardo scaltro dell'artista consumato: peccato, però, che la resa romanzesca lasci molto a desiderare, non tanto sul piano della qualità letteraria quanto su quello dell'inventiva e della messa a punto delle pur brillanti intuizioni di partenza.
5 giugno 2001