dal 13 giugno 2001
Enrico Ratto - Vicoli -,  Fratelli Frilli Editori, Genova 2001, pp. 141, 14.000 lire.

L'incipit di "Vicoli", fulminante, non va fatto assolutamente leggere a Snoopy: "Era una notte buia e tempestosa".
Sono decenni che il cane di Charlie Brown tenta di scrivere un romanzo che cominci così, ma purtroppo i tentativi del bracco disegnato dall'indimenticato Charles Schultz si rivelano sempre infruttuosi, e si arenano miseramente subito dopo la riga d'attacco.
Invece Enrico Ratto ci è riuscito, e a partire da quell'incipit ha scritto "Vicoli", il suo romanzo d'esordio.
"Un noir tutto genovese", avverte la fascetta che avvolge il libro. E in effetti gli ingredienti del noir classico ci sono tutti: l'eroe-investigatore, torme di belle donne, pseudo-associazioni culturali che si rivelano alla fine coacervi di criminali della peggior specie, coltelli luccicanti e pistole col colpo in canna, famiglie della buona borghesia che fungono da paravento per la copertura di traffici illeciti, e morti, tanti morti (innocenti e non).
Ma "Vicoli" non si ferma qui.
Non siamo al cospetto di un "semplice" noir: il genere fondato da Dashiell Hammett e Raymond Chandler è in questo caso utilizzato quasi come pretesto, come punto di partenza per un'operazione certamente più ardita, e sottile, della stesura -già difficile di per sé- di un romanzo.
Al di là della "forte" struttura narrativa (derivata dagli inevitabili confini che l'incasellamento in un genere letterario con una precisa identità e riconoscibilità qual è il noir porta con sé), è possibile intravedere in "Vicoli" un tipo di analisi che potrebbe definirsi "sociologica": il tentativo compiuto dall'autore -tentativo pienamente riuscito, secondo me- è stato quello di raccogliere dati, osservare, classificare gli aspetti distintivi di quella particolare e spesso impenetrabile classe sociale che risponde al nome di "studenti universitari".
Se poi si somma, come nel caso del romanzo, alla condizione di studente quella di "figlio di famiglia-bene", ci si trova davanti a un essere nella maggior parte dei casi assolutamente odioso, da cui stare quanto più possibile alla larga (e Fermo, il picaro-eroe- protagonista che viaggia sui bus di Genova sempre sprovvisto di biglietto, questo lo scoprirà a sue spese).
Insomma, come ci aveva già detto Milan Kundera in un suo saggio (* )del 1995, un romanzo rappresenta straordinariamente la sensibilità dell'epoca in cui è stato scritto, ed è di conseguenza un indicatore assai valido delle caratteristiche dell'Universo Simbolico in cui è stato prodotto: nel caso di "Vicoli", l'Universo Simbolico di cui si nutre il libro è costituito (per restare nell'ambito di metafore astronomiche) da quella proliferante, oscura e sconfinata galassia degli studenti universitari, delle decine e decine di associazioni che operano (per fortuna non sempre come quella del romanzo!) nelle facoltà italiane, dei rapporti spesso non troppo chiari tra studenti e professori (che, nei casi-limite, possono arrivare alla vera e propria connivenza. Un nome per tutti: Marta Russo), e delle famiglie della media e alta borghesia che troppo spesso giustificano senza alcun motivo le lunghe e infruttuose permanenze dei loro amati pupilli nelle aule universitarie.
Naturalmente l'intreccio romanzesco di "Vicoli" non può che portare alle estreme conseguenze tutti questi aspetti, plasmandoli, esasperandoli, fino ad arrivare addirittura al traffico di droga e agli omicidi, ma questo, mi pare, è un aspetto secondario: quello che va sottolineato è il talento (ancora "scontornato", certo, ma solo per questioni puramente anagrafiche) dell'autore, le sue intuizioni ("L'esperienza è un antico ricordo che riesce a perfezionarti giorno dopo giorno. Ti accompagna fino all'ultimo minuto e arriva in tempo per presentarti il conto quando ormai della perfezione non te ne fai più niente. L'esperienza è abbonamento giornaliero ad un lifting che ti migliora in continuazione, fino all'ultimo, per permetterti di morire con il falso aspetto di un ventenne"), la sua scrittura ritmata e funambolica -che si regge senza sbavature sulla corda tesa del linguaggio d'azione dandosi equilibrio con Hemingway in una mano e Andrea G. Pinketts nell'altra- zeppa di giochi di parole, calembours, dai dialoghi vivaci e mai scontati, che saltano fuori dalla pagina e ti trascinano lungo i "Vicoli" sempre un po' umidi e bui e affascinanti di "quel piccolo universo che è Genova".

Piero Sorrentino
13 giugno 2001

Note

* "L'arte del romanzo", Adelphi 1995. (torna supra)



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