Claudio Magris - La mostra - Garzanti, 2001, pp. 74.
"Forse un giorno, non sapremo più esattamente che cosa ha potuto essere la follia. La sua figura si sarà racchiusa su se stessa non permettendo di decifrare le tracce che avrà lasciato".
Con queste parole Michel Foucault, il più enigmatico e, ancora oggi, misterioso, filosofo del XX secolo, cominciava il celebre articolo La folie, l'absence d'oeuvre e queste stesse parole emergono come ombre, violentemente strappate alla memoria, sin dalle prime pagine de La mostra di Claudio Magris, nello spazio rarefatto lirico selvaggio di quel teatro impossibile - teatro della mente - che Magris inventa per prendere posto, pericolosamente, nel mezzo dell'arte e della vita del pittore Vito Timmel.
Non certo una biografia, che riduce la vita ad oggetto ed appiattisce il tempo sulla falsa ed inesorabile scala cronologica. Non certo un'anamnesi, che fa di ciò che "nella vita è un imprevedibile colpo di mattìo" già uno stereotipo, una fissazione banale. Ma nemmeno una critica all'arte del pittore Timmel, poiché continuamente l'arte si sottrae ai canoni, lacera le convenzioni, immergendosi nel segreto.
Teatro paradossale quello di Magris, perché teatro senza rappresentazione. Non è la vita, l'arte o la follia che ricevono luce da un discorso che ne è immune. Lo spazio, il tempo, il linguaggio stesso del libro sono devastati dal delirio. I luoghi perdono ogni rigidità materiale, potenza dell'allegoria: entrano in circuito, si indicano l'uno con l'altro, diventando ora l'uno ora l'altro, meravigliose alchimie: mostra, quadri, manicomio, taverna... manicomio, taverna, quadri, mostra... taverna, mostra... .
Il tempo trova nella morte di Timmel, non il proprio annullamento, ma l'Evento, l'apertura, dalla quale tutto ridiventa possibile: passato e futuro, ricordi e visioni, ubiquità senza cardini nel riflesso obliquo della follia.
Il linguaggio, sottratto alla coerente riconoscibilità di un Codice, inabissa la parola nell'instabile gioco di stilemi e di voci, un groviglio nel quale, ogni personaggio offre un universo verbale in cui prendono forma insospettabili risorse semantiche. Il linguaggio piegato alla contemplazione della follia esplode la parola in una polifonia di codici, chiavi sommerse, mondi implicati dei quali emergono solo frammenti. E non c'è verso di ricondurre questa notte labirintica ad un Tutto che ne sia l'assoluzione. La follia non è più quell'Esteriorità che non ci riguarda se non come deviazione, come orribile contrario della ragione, ma la ritroviamo all'origine stessa dell'opera, come linguaggio che parla di se stesso, "linguaggio esoterico". Ed è proprio questa l'eredità dell'opera di Freud, a cui Foucault riconosce il merito di aver scoperto "il fatto che la follia non è presa in una rete di significati comuni con il linguaggio di tutti i giorni (...). Essa (l'opera di Freud) disloca l'esperienza europea della follia per situarla in quella regione pericolosa, trasgressiva sempre (...) che è quella dei linguaggi che si implicano essi stessi, enunciando cioè nel loro enunciato la lingua nella quale lo enunciano".
Ecco allora il libro di Claudio Magris, nato a Trieste, 62 anni fa, scrittore tra i più importanti in Italia e docente di Letteratura tedesca all'Università di Trieste, forse sta proprio a testimoniare che la follia è entrata nel nostro linguaggio, è divenuta la nostra pelle, e non può più essere tenuta al di fuori come esperienza limite iniziatica e sacrale, bensì il mondo stesso, la nostra percezione, il nostro linguaggio è diffranto, passato attraverso un prisma che rilancia la vita in ogni direzione, generando così un universo- il nostro- composito, multidimensionale, tale che oggi, è per noi facile, sentirsi vicini all'opera del compianto pittore poeta Vito Timmel.
Intervista a Claudio Magris su "La Mostra", a cura di Franco Marcoaldi. Da "La Repubblica" del 6 giugno 2001
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Che cosa l'ha atrratta di più nella figura di Timmel?
Mi hanno sempre interessato questi destini di regale e apatica autodistruzione, di un io che ha troppa sensibilità, passione, amore e proprio per questo non ce la fa; come accade a chi vede troppa luce e perciò chiude gli occhi, cercando l'insignificanza. Mi ha sempre interessato chi desidera non essere o essere stato perché la vita gli risulta insostenibile, e particolarmente nei momenti di massima felicità. Timmel è un sublime delirante, che cerca di trasfigurare la sua amnesia in nostalgia, di cancellare tutti i segni. Anche se questo io che si fa a pezzi, continua comunque ad affermare che quanto conta non è il destino dei prorpi fegatini cirrotici di bohémien, perché non si può e non si deve porre l'individuale situazione sbilenca a misura dell'universo.
Quanto invece alla genesi del testo: da che cosa ha preso il via?
Devo molto, moltissimo al compositore triestino Fabio Nieder. Perché è stato lui a propormi di lavorare insieme a un'opera su Timmel. (...) Io ho scritto una storia a partire dallo stimolo di Niedere, lui userà come meglio crede questo testo, che così com'è non corrisponde ad un libretto
A proposito della scrittura. L'elemento più originale de La Mostra consiste proprio nella frantumazione delle forme. Di tutte le forme letterarie organizzate.
E' come se la scrittura ipotattica, che sistema il mondo, lo organizza, che cerca di essere giusta e di mediare - anche il dolore - qui non fosse più possibile. Voglio dire: certo che posso collocare razionalmente l'importanza infima della mia morte nella storia dell'universo, ma ci sono anche dei momenti in cui si incontra la Medusa a distanza zero. E in quei momenti non si vede altro. Non si può fare altro che gridare questo dolore, raccontandolo a schegge, a pezzi. Sfindando qualunque scenario gerarchicamente organizzato. Questo è un libro composto da mille, diverse voci. E davvero io non ho scelto: ognuna ha parlato per conto suo. Chi in italiano, chi in dialetto. Chi attraverso una filastrocca, chi con una citazione colta. (...)
Ne La Mostra si assite ad un doppio autobiografismo: da un lato il dissimulato richiamo a certe sue dolorosissime vicende personali, dall'altra la compresenza dei tratti più tipici e ricorrenti del suo itinerario intellettuale: l'io diviso, il viandante, la fuga, il viaggio.
Può darsi che incosciamente vi siano stati dei motivi forti che mi hanno portato a scrivere quello che ho scritto. Ma la cosa più interessante è un'altra. Voglio dire, i propri grumi psicologici a volte vengono reinventati sulla pagina scritta sul calco di destini magari diversi ma che comunque corrispondono ai tuoi; che per analogia risultano omologhi. Ad esempio, hai avuto una storia felice e per quanto diversa racconti un'altra storia d'amore felice. C'è però poi un autobiografismo di segno opposto. Parlo di quelle esperienze che consentono di capire che cosa sarebbe potuto accadere in caso contrario; ovvero, hai avuto una storia d'amore felice e grazie ad essa hai intutito l'orrore di una esistenza senza amore. Inutile aggiungere che anche raccontando vicende che più che al parallelelismo fanno pensare al chiasmo, lo scavo e il dolore prodotto dall'autobiografia rimane intatto.
In un caso o nell'altro, lei crede nell'aspetto liberatorio della scrittura? Oppure no?
E' la classica domanda da cento milioni. Direi di no, nel senso che niente libera da certi elementi fondanti della propria natura. Anche perché ogni volta la vita ti costringe a rifare i conti in modo nuovo con i medesimi problemi, Ma potrei anche rispondere sì, nel senso che guardare in faccia la medusa, non abbassare lo sguardo davanti alla canna del fucile, ha una sua indubbia funzione liberatoria.
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