Ernest Hemingway - Il vecchio e il mare - Mondadori, Milano, pp. xii - 116 - Trad. Fernanda Pivano
Il vecchio e il mare fu (appropriatamente) pubblicato per la prima volta da Life nel 1952. Vinse il premio Pulitzer nel 1953 e aiutò Hemingway a vincere il Premio Nobel nel 1954 (i giudici parlarono della sua « maestria nel formare lo stile dell'arte della narrazione moderna»). È un libro scritto nella prosa pseudo-biblica che Pearl Buck usò in La buona terra, uno stile che sembra possedere un fascino maligno per persone di media cultura - anche Miss Buck ci ha ricavato un Premio Nobel. Ci sono soltanto due personaggi che non vengono individualizzati in quanto vorrebbero assurgere a significato universale. In effetti non vengono neppure chiamati per nome, sono semplicemente « il vecchio» e « il ragazzo » - penso sia stato un errore aver identificato il pesce in un marlin, se è vero che di solito lo si designa come « il grande pesce». Il dialogo è nello stesso tempo caratteristico (democrazia) e solenne (letteratura). «Dormi bene, vecchio» dice il ragazzo; oppure, alternativamente, «Svegliati, vecchio». È anche molto poetico, come quando parla il Ragazzo: («Ricordo la coda che sbatteva e rintronava [...] e il frastuono che facevi mentre lo prendevi a mazzate come quando si abbatte un albero e l'odore dolce del sangue che avevo addosso». (Anche il Vecchio resta colpito da questa cadenza. « Te lo ricordi davvero, o è perché te l'ho raccontato? » domanda.) Nei famosi dialoghi sul baseball abbiamo una fusione di Letteratura e Democrazia:
« Il grande Di Maggio ha ritrovato se stesso. »
« Ci sono altri uomini nella squadra. »
« Si capisce. Ma tutto dipende da lui. Nell'altra Lega, tra Brooklyn e Philadelphia sceglierei Brooklyn. Ma poi ripenso a Dick Sisler... Non è
possibile che gli Yankees perdano. »
« Ma ho paura degli Indians di Cleveland.»
« Abbi fede negli Yankees, figlio mio. Pensa al grande Di Maggio. »
E questo da parte dell'uomo che in pratica inventò il dialogo realista.
È deprimente mettere a confronto questa Storia con L'invitto,
una storia di toreri che Hemingway scrisse negli Anni Venti quando, come direbbe lui, si stava vittoriosamente battendo con loro. Hanno entrambe lo stesso tema: un uomo del passato, oggetto di scherno e commiserazione, di fronte alla sua ultima chance: perde (il pesce viene mangiato dagli squali, il torero è trafitto dalla cornata del toro) ma la sua sconfitta è una vittoria morale, perché ha dimostrato che la sua volontà e il suo coraggio sono ancora intatti. Il contrasto inizia nei passi d'apertura:
Manuel Garcia salì le scale fino all'ufficio di Don Miguel Retana. Posò in terra la valigia e bussò alla porta. Nessuno rispose. Manuel, in piedi
sul pianerottolo, sentì tuttavia che nella stanza c'era qualcuno. Lo sentì attraverso la porta.
Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio era decisamente e definitivamente salao che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un'altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all'albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand'era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne.
Il contrasto continua disciplinato - affaristico understatement opposto al ronzio del pastiche della parabola, verboso e sentimentale (« la bandiera di una sconfitta perenne », quasi per darci di gomito e spingerci a simpatizzare). E tutti quegli « e ».
L'invitto è lungo poco più di un terzo di Il Vecchio e il mare; non soltanto vi accadono molte più cose ma si sente anche che accade più di quanto venga espresso, per così dire, mentre Il veccho e il mare dà l'impressione opposta. L'invitto ha quattro personaggi, ognuno con un nome e ciascuno definito attraverso le sue parole e le sue azioni; nel Vecchio non c'è nessuno, soltanto due tipi Eterni, Universali. Veramente per tre quarti ce n'è uno solo, poiché Il Ragazzo non segue il Vecchio nella pesca. Forse un Kafka sarebbe riuscito a tirarci fuori qualcosa, ma nello stile realistico di Hemingway il risultato è monotono. « Poi cominciò ad avere pena del grande pesce »: roba del genere, insomma. Qualche volta l'autore, piuttosto disperato, lo fa parlare ai pesci e agli uccelli. Parla anche alla sua mano: « Come va, mano? ». In L'invitto l'emozione sorge naturalmente dal dialogo e dall'azione, mentre nel Vecchio, dal momento che non c'è molto dell'uno e dell'altra, l'autore deve cavarla fuori a fatica. Qualche volta riporta le improbabili meditazioni del pescatore: È un pesce grosso e devo vincerlo, pensò. [...] Grazie a Dio non sono intelligenti come noi che li uccidiamo; anche se sono più nobili e più capaci». Qualche volta l'autore ci dà un'informazione riservata: «Era troppo semplice per domandarsi quando aveva raggiunto l'umiltà. Ma sapeva di averla raggiunta ». (Un umile che sa di avere raggiunto l'umiltà mi sembra una contraddizione in termini). Questo costante lavoro di commento redazionale - peccato elementare contro il quale ero solito mettere in guardia la mia classe di Creative Writing alla Northwestern University - contrasta in modo singolare col metodo asciutto, no-comment, che rese famoso il giovane Hemingway. «Sono uno strano vecchio », dice l'eroe al Ragazzo. Devi darcene la prova, vecchio, non parlarne soltanto.
Dwight Macdonald
(tratto da "Against the American Grain" trad. it. "Controamerica", Rizzoli, Milano, 1969, a cura di Claudio Gorlier)
Nota al testo
Questa recensione è tratta da un'analisi di quattro testi letterari (gli altri tre erano Piccola città di Thorton Wilder, J.B. di Archibald MacLeish e John Browns's Body di Stephen Vincent Benét) in cui il critico americano Dwight Macdonald tentava di definire, esaminando questi " prodotti tipici" , la nozione di Midcult. Tale nozione critico-estetica è il contributo - nel campo dell'analisi critica dei prodotti della cultura di massa -più originale e graffiante di questo intellettuale irregolare e "militante" (uno dei pochi americani che poteva citare, senza sfigurare e con pieno controllo, ora Hegel, ora Kierkegaard ora Proust, Kafka, Joyce) .
In che cosa consiste il Midcult? Il Midcult è quel genere di prodotto (non necessariamente letterario) che pur partecipando a pieno titolo - per qualità, per riuscita artistica e per destinazione di pubblico - ai più comuni prodotti della cultura di massa (Masscult), ha, in contrasto ad essi, un'intenzione, un'aspirazione alla "cultura alta". ( L'esito ultimo, diceva Macdonald con finissimo sarcasmo è "Fare a pezzi l'abbazia di Westminster per farne una Disneyland"). Il Midcult si presenta come un "vorrei ma non posso" dell'artista dai mezzi limitati, una continua e costante strizzatina d'occhio al suo pubblico medio attraverso la proposta di temi "centrali" ed "universali" e con l'ausilio di un linguaggio "profondo" ed aurorale quando non iniziatico, con lo scopo, neanche tanto velato, di promuove il proprio lettore medio nell'Olimpo delle Grandi Idee, evitandogli però la fatica che necessita per ascenderlo, e invitandolo così a partecipare al club esclusivo degli happy fews. Il lettore italiano potrà esercitarsi con profitto ad identificare i prodotti Midcult in circolazione.