Witold Gombrowicz - Corso di filosofia in sei ore e un quarto -
SE, 2001, pp. 115.
"Corso di filosofia in sei ore e un quarto" dello scrittore e drammaturgo polacco Witold Gombrowicz, è l'ultimo volume che la SE pubblica per la sua splendida collana 'Testi e documenti del novecento'. Perché presentiamo un libro di filosofia, benché del tutto anticonvenzionale, e non un romanzo? Occore immediatamente riparare a questa deviazione, se di una deviazione si tratta.
Ebbene, provate a immaginare che dietro a questo titolo provocatorio, stonato, si nasconda un'entusiasmante vicenda, complessa e appassionata al pari di un perfetto romanzo giallo. Ovvero di un romanzo che racconti, e raccontando allo stesso tempo nasconda, l'omicidio perfetto, il mistero o la verità che non verrà mai svelata definitivamente. Un'indagine estremamente lucida, capace di improvvise illuminazioni, di salti repentini. Una trama inattesa che procede secondo un ordine complesso. Alla maniera di un dectetive, Gombrowicz, nello stile incalzante di un monologo anarchico, asistematico, accetta la sorte paradossale di un domanda che genera una risposta sempre differente, ogni qual volta la si ponga. Cos'è l'uomo? E il suo rapporto con il mondo? Ovvero, come conosciamo e cosa conosciamo?
Leggere un libro di filosofia come si legge un romanzo allora? Si, è possibile, anche se non sempre. Così com'è possibile ascoltare un'opera sinfonica al modo in cui si ammira un dipinto, o leggere lo svolgimento di un calcolo integrale come la stupefacente architettetura di una cattedrale. E' una questione di stile. Stile di scrittura, stile di pensiero.
Sei lezioni per sei differenti scene, indeterminate nello spazio e nel tempo. Scena vuota, diremmo. Ma di un vuoto fecondo, capace di produrre una moltitudine di forme, di azioni e di pensieri. Appunti per una storia della filosofia occidentale- accidentale e fulminea. Frammenti cristallini, necessariamente sottratti alla tirannia omologante dei Sistemi, alla Storia come sistema compiuto che impone la sua Legge al di sopra di ogni antinomia, salti o tagli irrazionali, sovvrapposizioni e risonanze, al di sopra della reciprocità e trasversalità delle connessioni, ovvero di tutta la potente e irriducibile vitalità del pensiero, che la Storia soffoca sotto il vincolo dell'irrefutabile criterio cronologico che tutto dispiega e a tutto dà una spiegazione, come "la letteratura discorsiva, che vuole dimostrare qualcosa" e, così facendo, rimane astratta, premeditata, senza vita: "Non si può fare arte con i principi astratti, con i concetti".
Sei lezioni per sei scene, scandite dal ritmo irregolare di un calendario, tanto più fittizio quanto più reale, in cui Gombrowicz mette in scena l'avventura dell'uomo contemporaneo attraverso le maschere dei pensatori-eroi che hanno, di volta in volta, costruito e distrutto e ri-costruito l'immagine di ciò che noi chiamiamo uomo. Kant certamente. E Schopenhauer. Ma soprattutto Nietzsche, e dalla parte opposta Hegel. Senza trascurare Hume, Berkeley, e Fichte, Schelling...
Filosofi e filosofie che s'intrecciano, nello svolgersi di vicende simultanee, accumunate dal crollo, dal fallimento. "E' la sorte di ogni filosofia. Nessun sistema dura".
Sei lezioni per sei scene: l'atto d'amore di uno scrittore e uomo di teatro, che celebra così l'indissolubile legame tra filosofia e arte, tra pensiero e vita, perché infatti: "Non si tratta di chiedersi se bisogna o non bisogna fare della filosofia. Facciamo della filosofia, perché non è possibile sottrarsi. E' fatale. La nostra coscienza si pone dei problemi. Bisogna tentare di risolverli. Alla filosofia non è possibile sottrarsi".
maggio 2001)
Apparso a puntate su due quotidiani polacchi nel 1939 e sospeso nel momento culminante dell'azione dallo scoppio della guerra, di questo romanzo si erano per lungo tempo smarrite la memoria e le tracce. Attraverso la travagliata love story di due giovani, Marian e Maja, ambiguamente calata nello schema del romanzo gotico, con tutto il repertorio del genere (castello diroccato, passaggi sotterranei, misteriose forze malefiche, delitti, agnizioni, dementi), lo scrittore dà corpo da un lato a un progetto lungamente inseguito di "romanzo popolare", dall'altro alle ossessioni d'una personalità divisa, di una sessualità dolorosa e imperfetta.