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William Golding  - Il signore delle mosche -  Mondadori, Milano, pp.XIV-252,  trad. di Filippo Donini

Libro tremendo questo di Golding: non lo si può leggere e tanto meno ricordare senza provare un senso di angoscia infinita. Se Freud ci aveva definitivamente convinti che i bambini non sono quegli angioletti asessuati della tradizione cristiana (e anche greco-romana, vedi gli amorini della Villa dei Vetii a Pompei) ma una prefigurazione, anche sessuale, della vita adulta, con tutte le sue perversioni in nuce,  Golding ci dice semplicemente che sono la "pianta uomo" ancora  in germoglio, ma con tutti gli elementi "connaturati" agli adulti: aggressività, cattiveria, superstizione, prevaricazione del più forte sul più debole, trionfo della forza sulla ragione. In più, se ancora eravamo persuasi con Rousseau che l'uomo è buono in natura ma è la società che lo rende cattivo, Golding lancia una provocazione pessimista e radicale  sulla concezione dell'uomo, che egli crede irrimediabilmente  "cattivo", sia in natura che in società. A dimostrazione  di quest'assunto riduce, in quest'agghiacciante apologo, il consorzio umano  al suo "grado zero" dei rapporti societari,  ricorrendo a quell'espediente classico della narrativa inglese che è l'isola deserta (vedi Shakespeare, La tempesta, Swift, I viaggi di Gulliver,  Stevenson L'isola del tesoro, Defoe, Robinson Crusoe, Tim Parks, Fuga nella luce), un  luogo ucronico ed utopico ad un tempo, un'Inghilterra - anch'essa un'isola - "rovesciata",  dove condurre esperimenti ipotetico-narrativi con intenti parabolici e paradigmatici. Golding immagina che in seguito ad un incidente aereo un gruppo di bambini  che si suppone  usciti da  quell'inferno-paradiso che è il sistema educativo inglese (nessuna società e nessuna narrativa, però, quale quella inglese sa interrogarsi  tanto sul tema dell'educazione dei bambini, si possono citare in tal senso  decine di opere, a partire da Peter Pan a Kim  a... Harry Potter), naufraga in un'isola deserta, mentre  nel resto del mondo è esploso un conflitto nucleare. A loro spetta dunque "ricostruire" non un mondo ma "il" mondo. Ad una prima società gerarchizzata e ben ordinata che i bambini, ancora memori dei precetti educativi, mettono "spontaneamente" in atto, succede ben presto una seconda, tirannica e selvaggia, organizzata attorno al totem (una testa di porco infilzata su un palo) del "Signore delle mosche", traduzione letterale di Belzebù, che designa il diavolo in ebraico.
Anti-utopia nera, questo libro è un lancinante atto di accusa contro il sistema educativo inglese forse, e contro ogni pedagogia (sotto un baronetto c'è un selvaggio, dietro un Robinson un Venerdì) sicuramente; una dichiarazione di scetticismo supremo, sulla scia di Swift di Gulliver e  di  Una modesta proposta, verso l'emendabilità della natura umana.
Alfio Squillaci
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Ai confini della terra
TEA, 2003




Ai primi dell'Ottocento un vecchio vascello da guerra disarmato lascia le coste dell'Inghilterra diretto in Australia. A bordo, tra la folla multiforme dei passeggeri, c'è il giovane Edmund Talbot, destinato a importanti incarichi nell'amministrazione di Sua Maestà nel nuovissimo mondo. Il suo lungo viaggio, raccontato dapprima in forma di diario e infine in una sorta di autobiografia, sarà denso di vicende, incontri, rivelazioni, scandito dal trascorrere delle stagioni e dalla infinita mutevolezza del mare.


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