Niccolò Ammaniti - Io non ho paura - , Einaudi, Stile libero, Torino 2001, pp. 219.

"Dopo aver letto il manoscritto, gli amici della casa editrice mi suggerirono di accorciare le prime cento pagine, che trovavano molto impegnative e faticose. Non ebbi dubbi, rifiutai, perché, sostenevo, se qualcuno voleva entrare nell'abbazia e viverci sette giorni doveva accettarne il ritmo (...). Quindi, funzione penitenziale, iniziatoria, delle prime cento pagine, e a chi non piace peggio per lui, rimane alle falde della collina".
Mentre leggevo "Io non ho paura", l'ultimo romanzo - recita la fascetta gialla - dell'autore di "Ti prendo e ti porto via", mi è tornato in mente questo paragrafo delle "Postille" che Umberto Eco pubblicò in appendice all'edizione economica de "Il nome della rosa". 
Nel caso del romanzo di Ammaniti, le pagine che svolgono una funzione "penitenziale" si riducono a trenta. Quelle prime trenta pagine le ho lette svogliatamente, un po' annoiato; non mi piacevano. La storia puzzava di "già letto", sembrava un misto riuscito male di Simona Vinci e William Golding. Mi chiedevo: "Dov'è finito l'Ammaniti degli incipit fulminanti, quello che - per riprendere uno dei suoi titoli- ti prende (fin dalla prima riga) e ti porta via?". Io, ammanitiano doc, io che compravo le riviste femminili solo per leggere le sue recensioni, un po' deluso, mi sono detto che, certo, è impossibile pretendere che un autore- uno scrittore, un musicista, un regista- tiri ogni volta fuori dal cappello della sua arte il coniglio profumato e soffice del capolavoro; che è normale che anche i meccanismi più oliati a volte saltino, gli ingranaggi più perfetti si inceppino, i motori più resistenti fondano.
Tutto questo fino a pagina 30. Poi c'è stata la metamorfosi. Dalla prima riga di pagina 31, dal salto dalla finestra della villa abbandonata che Michele Amitrano compie per portare a termine la penitenza subita per una scommessa persa, tutto il romanzo parte a razzo, il motore che sembrava ingolfato improvvisamente sale di giri, le gomme fischiano, fanno fumo, e il libro sgomma e va.
Da quel momento non ho fatto altro che leggere e leggere. Ho seguito con trepidazione e paura i tenerissimi incontri tra Michele e lo sfortunato Filippo, sono saltato sulla sedia ai colpi di scena sparsi qui e là nel libro, ho viaggiato accanto a Michele lungo le arroventate strade di Acqua Traverse; l'ho incitato, incoraggiato, spinto a non fermarsi mai con la sua bicicletta Scassona, a correre e lottare contro l'incomprensibile e violento mondo dei "grandi"-a lui, con il suo mondo immaginario fatto di lupi mannari e streghe Bistreghe e signori delle colline e zingari con le zampe di gallina e orsetti lavatori che lavano i panni sporchi, ho chiesto questo, e, con grande soddisfazione, l'ho ottenuto.-.
Niccolò Ammaniti cresce libro dopo libro. La sua scrittura si è ulteriormente affinata, raffinata; sono del tutto scomparse quelle intemperanze giovanili che lo costringevano a una scrittura "sporca", rapida, tagliente; una scrittura a suo modo bella, certo, innovativa, ma che a volte cedeva a qualche compromesso di troppo, pagando un tributo spesso esoso alla Regina Trama. 
Adesso la sua prosa è funzionale alla storia, non se ne lascia schiacciare, anzi a volte sgomita con discrezione e si guadagna meritatamente la prima fila: "Mi sembrava di essere al mare. Lo sentivo. Solo che era un mare di ferro, un oceano pigro di bulloni, viti e chiodi che lambiva la riva di una spiaggia. Lente onde di ferraglia si rompevano in una pesante risacca che ne copriva e scopriva i bordi (...) Ho guardato fuori dalla finestra. Una mietitrebbia avanzava sferragliando sul crinale di una collina bagnato dai raggi della luna. Assomigliava a una gigantesca cavalletta di metallo, con due piccoli occhi tondi e luminosi e una bocca larga fatta di lame e punte ()". 
Sullo sfondo, lontana lontana, un'Italia impaurita che viveva i giorni del sequestro Moro (ma nella storia non ce n'è traccia, Acqua Traverse è un microcosmo autosufficiente, una monade tanto piccola quanto terribile, completamente fuori dal mondo); un'Italia fatta di Fiat 127 e pantaloni a zampa di elefante, la cui colonna sonora è composta dalle canzoni (c'è molta radio, nel romanzo) di Patti Pravo, di Lucio Battisti, di Bruno Lauzi.

4 aprile 2001
Piero Sorrentino


Paolo Mauri
Da "La Repubblica" del 5/4/2001


È probabile che Ammaniti, già "cannibale" con audience ormai internazionale, abbia successo proprio per quanto di genere c'è nel suo romanzo e come si sa il successo mette fuori gioco ogni discorso critico, o almeno lo rende apparentemente, momentaneamente superfluo. Resto però convinto che le buone qualità, le sorprese di questo libro stiano altrove. Nell'aver restituito al lettore il calore dell'estate infuocata vista con gli occhi di un bambino che si lascia invadere dalle cose del mondo.  E che pian piano prende coscienza di esserci, di poter fare, di poter crescere. È un tema antichissimo del romanzo, ma è un tema sempre nuovo. È la sfida delle cose che diciamo normali e che sanno essere assai più profondamente avventurose di certe avventure forti nell'etichetta. 


Sergio Pent
Da "La Stampa" del  19/4/2001

Quella di Niccolò Ammaniti si sta rivelando la parabola del narratore puro, difficile da inquadrare in una scuola, ama allo stesso tempo felicemente isolato in una dimensione pseudonaturalistica che ne sta facendo il narratore feroce delle nostre più oscure province. Ammaniti ne osserva la massa, ne estrae a sorte qualche fototessera, ci costruisce le sue iperboliche storie a tutto campo, ci avvisa che oltre i salotti televisivi e le platee plaudenti siamo tutti in bilico tra delitto e santità. 
(...)
C'è chi ha gridato al capolavoro non appena quest'ultimo Io non ho paura è apparso in libreria. C'è insomma chi ha deciso che ogni libro di Ammaniti ormai deve essere "per forza" un bel libro. Vorremmo discostarci, seppure non di molto, da questa critica che sembra svendere in saldo se stessa, acquistando a pacchi autori e tendenze e promuovendoli senza riserve. Il nuovo romanzo di Niccolò ci è piaciuto, molto meno del precendente ma ci è piaciuto.
(...)
...Ammaniti si è trovato a fare i conti -involontariamente? - con tutta una letteratura che attraverso le figure infantili ha creato germi di vera inquietutidine: dal Signore delle mosche di Golding ai Ragazzi del grano di King ai più spensierati combattenti della Guerra dei bottoni, fino ai recenti trucidi impuniti di Simona Vinci. 
Aria di déjà vu, dunque,  e quel finale che ci lascia un po' così, ma Io non ho paura resta comunque un buon risultato "minore" di un vero scrittore.



Giovanni Pacchiano 
da  "Il Sole 24 ore " del  10 giugno 2001

C'era parso da subito, dalla comparsa sulla scena letteraria dei "giovani cannibali", che il più talentoso sel gruppo fosse il romano Niccolò Ammaniti, oggi trentacinquenne. Ma Ammaniti ha dovuto fare i conti con l'esuberanza di un'ideazione narrativa attratta dagli effetti del grand-guignol. Se ne è in parte staccato per gradi, passando al realismo sconfinante nel mélo a carattere popolare, peraltro con qualche eccesso e qualche caduta di gusto, di Ti prendo e ti porto via (1999). Scelto come quadro l'ambito di una provincia depressa di efficace colore. Ciò che torna anche nel nuovo romanzo, Io non ho paura: prova assolutamente eccellente e, per ora, miglior romanzo dell'anno; che sgombra il campo dai dubbi sulla qualità della sua narrativa e ne accerta una maturità raggiunta.







Frédéric Vitoux 
«Je n’ai pas peur», par Niccolo Ammaniti, traduit de l’italien par Myriam Bouzaher, Grasset, 318 p., 19,80 euros.

«Je n’ai pas peur» confirme le plaisir éprouvé à la lecture du précédent et cinématographique roman d’Ammaniti, «Et je t’emmène». Le jeune héros de «Je n’ai pas peur», Michele, âgé de 9 ans, vit dans un hameau misérable de Toscane et a de très bonnes raisons, au contraire, d’être terrifié. On croit tout d’abord aborder en sa compagnie et celle de ses copains, de son papa camionneur et de sa maman à la beauté péremptoire (qui ferait penser à une Anna Magnani jeune) une cruelle et drolatique chronique néoréaliste, sous la canicule de l’été. Mais Ammaniti nous entraîne sans tarder dans une histoire genre «Club des cinq» qui tourne vite au vrai thriller transpirant et calamiteux. Les amateurs de polar en apprécieront le climat si je fais référence à «Fantasia chez les ploucs», le chef-d’œuvre de Charles Williams. C’est que Michele a déniché, reclus au fond d’un trou dans les ruines d’une bergerie, un garçon de son âge manifestement kidnappé, hagard, délirant, blessé, et qui le prend pour un ange. Mais qui sont au juste ses ravisseurs? 
A la différence de Michele, les lecteurs d’Ammaniti, eux, n’ont pas peur du tout. Son livre est si plaisant, si palpitant et si prévisible à la fois! Ses phrases sont courtes. Tout comme les émotions. Ses séquences s’enchaînent. L’enfant aussi est enchaîné. Pas un temps mort. On veut croire que le narrateur échappera de même à une issue fatale. En bref, tout paraît sonner juste. Et tout est faux. Niccolo Ammaniti fait merveille dans l’artifice, le bijou fantaisie, le strass, le prêt-à-porter, le prêt-à-distraire – et le prêt-à-oublier sans doute. Mais l’habillage reste si élégant. Pourquoi bouder son plaisir? Soyons pour une fois des lecteurs frivoles!

--




'I'm Not Scared': The Americanized Italian Novel
By LAWRENCE VENUTI


for several decades now, Italy has absorbed such a steady stream of American novels and films that the emerging generation of Italian writers is producing strongly Americanized work, even while it treats recognizably Italian themes. As a result, the native writing that many Italian readers find compelling isn't influenced by Italo Calvino's elegant fantasies or Umberto Eco's learned experiments but by American thrillers and horror fiction, as well as by Beat Generation bohemianism and the criminal underworld seen in the movies of Quentin Tarantino. In fact, the latest figures indicate that the foreign writers most translated into Italian include Stephen King and Charles Bukowski, Jack Kerouac and James Ellroy. 

(Torna supra)






Cerca in questo Sito o nel web Servizio fornito da FreeFind

La Frusta! Cerca nel Web
<<<Torna all'Indice Recensioni
al 22 maggio 2001
Vedi anche i ritagli stampa in fondo pagina
Esempio 1
Nel silenzio della campagna pugliese, in un'estate caldissima, un gruppo di bambini gioca in mezzo ai campi di grano. E uno di loro, Michele, scopre che il male esiste, che è terribilmente reale e ha una faccia peggiore dell'incubo più brutto che un bambino possa immaginare. 
scheda di De Federicis, L., L'Indice 1996, n. 6
(scheda pubblicata per l'edizione del 1996)

Lo scrittore giovane più temibile del momento è Niccolò Ammaniti, romano del1966, che, dopo il primo romanzo "Branchie" (1994), ora pubblica in "Fango" sette pezzi di varia misura.Tutti ambientati nella comune vita metropolitana, a Roma o altrove. Il primo basterebbe da solo a fare il libro e ha un titolo, "L'ultimo capodanno dell'umanità", che definisce l'intero scenario al quale sembrano tendere le invenzioni di Ammaniti. È un testo lungo e ben costruito, un racconto frammentato, che, dentro l'unità di tempo e luogo (festa di capodanno nel comprensorio di lusso), combina diverse storie e personaggi. Incomincia registrando mediocri frustrazioni e ovvie banalità del midcult; continua con un mucchio selvaggio di individuali truculenze; e finisce su una festa di morte collettiva, facendo esplodere e saltare a pezzi ogni cosa e persona nella distruzione delle palazzine condominiali.Seguono, negli altri racconti, una serata in discoteca, conclusa da stupri e uccisioni; i sogni o incubi di un serial killer, che ammazza con i ferri da calza; la carriera universitaria di un vero e bavoso zombi; un regolamento di conti tra malavitosi; la disinfestazione che l'Usl conduce a colpi di lanciafiamme e il metallico abbraccio di un tale voglioso di sesso con una vergine irrigidita dalle protesi.I recensori del seriocomicoAmmaniti sono divisi, accentuandone alcuni l'aspetto ilare e altri quello torbido e funebre.Bisogna leggerlo semplicemente per divertirsi al suo gioco scatenato e trasgressivo, eccessivo, fumettistico?Oppure, secondo gli indizi suggeriti dal titolo metaforico e dalla citazione manzoniana in esergo, per coglierne l'amara proiezione del mondo reale, "film di morte e sangue" che gira nel cervello dello spacciatore Albertino, e dell'autore e del lettore?E dove può andare di qui in avanti Ammaniti, cosa può scrivere?Intanto il suo libro ci interessa anche per quello che non ha. Non ha lirismo n‚ saggismo n‚ pause; non ha, o non mostra, memoria della letteratura canonica. Le situazioni, di sesso e droga, sociologiche e psicologiche, si modellano sui fatti di cronaca.Il modo della rappresentazione sembra nato ieri. Il ritmo del montaggio e l'uso enfatico dei dettagli, suoi punti di forza, vengono dal cinema (e il riferimento d'obbligo è a Quentin Tarantino, ma se ne dovrebbero aggiungere altri: almeno il vecchio Sam Peckinpah, per la poetica della violenza applicata in certi film d'interni come "Cane di paglia").Tra i dettagli sempre gli occhi, segnale fisso di una cultura iconica, occhi però piccoli e bui, o rossi, vitrei, due fessure (senza pensiero). Ha, questo libro di nuovo stile, una scrittura rapida, ferocemente rivolta al suo tema, all'attimo in cui la tenera materia senziente soccombe all'assedio di armi da taglio e da fuoco, soffocamenti, incendi, trafitture, buchi qua e là.Sul tema cento variazioni.Un arpionato: "Sentì lo sterno esplodergli al contatto con la punta".Una squarciata dal botto: "E vide che le sue interiora erano diventate esteriora.Le budella le colavano giù, come un gigantesco lombrico floscio, a terra".Un'altra sbatacchiata a mani nude: "Fracassata sulla sabbia.La sua testa è aperta come un uovo di pasqua fatto di carne e di ossa e di capelli.La sorpresa cola giù sulla sabbia. Cervello. Molle molle". E via.
.
Riassunto
Siamo nel 1978 , è estate, fa un  caldo torrido Un gruppo di ragazzi si ritrova, come ogni giorno, a scorrazzare su e giù per una collina. Il calore  entra  nelle pietre, la terra si sbriciola, il respiro è faticoso ed è difficile sopportare la calura tanto che gli adulti nel pomeriggio rimangono  rintanati in casa, uscendo solo nelle ore serali quando la temperatura diminuisce. Michele Amitrano, il protagonista, durante il gioco per difendere una ragazza del gruppo, togliendola da un grosso imbarazzo (doveva abbassare le mutande) si propone per eseguire la penitenza.: arrivare al piano superiore di una casa diroccata e disabitata senza   utilizzare né le scale, né i gradini  ridotti a un ammasso di pietre. Dopo notevoli difficoltà, riesce a salire aggrappandosi a dei rami di fico; arrivato al davanzale della casa deve buttarsi per proseguire e uscire dalla stessa, ma cade a terra in malo modo. Il ragazzo ha per pochi attimi paura, ma riesce poi a muoversi, si guarda intorno e percepisce di essere caduto su una tettoia trasparente ricoperta da un materasso, al di sotto intravede un buco profondo. Con grande stupore tra sporcizia e rifiuti di ogni genere,nota delle sembianze umane: si tratta di un bambino raggomitolato su se stesso. Forse dorme, forse è morto… ma mentre riflette viene chiamato dagli amici e con loro ritorna a casa. Davanti alla casa, Michele trova il “lupetto Fiat” usato dal padre per lavorare al Nord, con gioia accoglie il genitore che mostra un regalo: una gondola veneziana con i remi, da lasciare come soprammobile sopra la televisione. Nella notte, Michele ripensa con angoscia al ragazzo imprigionato nel buco e ritorna sul luogo per verificare quello che il giorno prima aveva visto. E’  tutto vero il bambino è li, incatenato e chiede con insistenza dell’acqua. Inizia così un rapporto di aiuto amicizia , anche se Michele rimane stupito e a volte impressionato dai discorsi del ragazzo. Cerca di confidarsi con il padre, ma capisce che c’è qualcosa di oscuro, di misterioso di ingiusto e che la sua famiglia è complice di un grave fatto: il rapimento di Filippo Carducci. Intanto il padre riferisce che arriverà un suo amico che per un certo periodo abiterà con loro, con grande scontento di Michele, che per una leggerezza infantile confida al cugino di aver trovato un bambino racchiuso in una buca circondato da sporcizia e desolazione, racconta anche del proposito crudele del padre e dell’amico di tagliare le orecchie al rapito. Ritornato sul luogo del sequestro, cerca di confortare il bambino e lo porta all’aperto riuscendo anche a farlo camminare: sono diventati amici. Ma improvvisamente compare Felice (un complice dei sequestratori) che lo minaccia con un fucile e strattonandolo lo costringe ad allontanarsi. Riferirà tutto al padre, il quale gli chiede una promessa: non deve più vedere il bambino, altrimenti verrà ucciso. Michele pur con difficoltà e ripensamenti cerca di mantenere la promessa, finché capisce che è arrivato un momento decisivo e grave, sente infatti delle minacce di morte per il bambino rapito e senza il minimo dubbio corre a liberare il recluso.  .
 


HomeAutoriRecensioniRivistaEnfer
Fili di fumoContattaciBacheca PubblicaCompiti

Piero Sorrentino