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«Lo ha scritto acutamente il giornalista inglese Boris Johnson, ripreso dal "Foglio": "Ai  fondamentalisti vedere le nostre donne in posizioni di sostanziale uguaglianza con i maschi (come Jezebel) fa molta paura, tanto da farli lottare alla morte". Sul corpo femminile si combatte la battaglia definitiva». Così ha scritto Marina Terragni in un lucido articolo apparso su "Il Foglio" del 20 ottobre 2001. (vedi in fondo)  Che le cose stiano in questi termini è indubitabile. Il corpo della donna decide da sempre  in quella vasta area di civilizzazione culturale che sinteticamente chiamiamo Occidente. E quando da qualche parte, a ragione, si argomenta sul conflitto in atto tra mondo occidentale e Islam in termini di "urto  di civiltà" si deve porre in evidenza che buona parte di questo scontro riguarda  proprio  il rapporto uomo-donna così com'è concepito nei due modelli culturali (e non solo rispetto al tema della monogamia o della poligamia dove tuttavia "sinteticamente" è riccompreso tutto il problema). 
Non è questo il luogo per entrare nei dettagli. Basterà portare all'attenzione qualche singolo punto. Alle basi dello sviluppo portentoso dell'Occidente, a partire dal settecento inglese, c'è proprio il desiderio femminile e tutto l'universo delle merci che esso muove. Date un'occhiata a qualsiasi ipermercato occidentale e vedrete quante delle merci ivi esposte sono direttamente o indirettamente (tramite la casa, il bambino)  legate ai sogni e ai bisogni della donna. Solo un desiderio femminile liberato ed autonomo favorisce e attizza le dinamiche capitalistiche che stanno alla base della gigantesca produzione di merci e al grado di soddisfazione e piacere che il loro consumo procura. Quel pensatore paradossale e arguto che fu Bernard de Mandeville(1670-1733)  proprio al "lusso" femminile più che, ad esempio, alla Riforma (come più tardi farà Max Weber), annetteva grande importanza ai fini dell'innescarsi di quel fenomeno economico epocale che poi sarà chiamato capitalismo. Scriveva nella Ricerca sulla natura della società: «Nutro profondi dubbi che la Riforma sia stata più utile a far fiorire i regni e gli stati che l'hanno abbracciata della ridicola e capricciosa invenzione delle gonne cerchiate e imbottite».
La modesta proposta che ci sentiamo di avanzare adesso in piena guerra (ottobre 2001) è che gli americani traccino la strada di una diversa   confrontation con la civiltà islamica: comincino a bombardare  Kabul di rossetti, calze di nylon, smalti, pizzi, condom e...qualche gillette per quei barbuti  dei talebani... 
A.S.
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La guerra, le donne, l'Islam 

dal 20 ott. 2001
Sul corpo femminile la battaglia definitiva

Lo ha scritto acutamente il giornalista inglese Boris Johnson, ripreso dal "Foglio": "Ai fondamentalisti vedere le nostre donne in posizioni di sostanziale uguaglianza con i maschi (come Jezebel) fa molta paura, tanto da farli lottare alla morte". Sul corpo femminile si combatte la battaglia definitiva. E' strano, poi, vedere come certe Jezebel d'Occidente vengono trattate dai partner d'affari sauditi o degli Emirati, che le ospitano a pranzo ai loro tavoli decorati in foglia oro, nelle loro "salles à manger" con pareti di formica marmorizzata, riservando loro l'accoglienza destinata agli uomini mentre di là, in  cucina, una moglie fantasma governa cuoche e fantesche senza mai palesarsi all'ospite sbigottita. 
A Yvonne Ridley, coraggiosa giornalista inglese del "Sunday Express" rapita dai Talebani, i suoi carcerieri ritengono di rendere il massimo onore possibile riconoscendole di essere "un uomo". Quando una donna è portatrice di autorità sarà allora dispensata dal portare il suo sesso. Tutte e due  potere materno, potere nel mondo  non si possono portare insieme, vanno scissi. La sorgente del potere che si esercita nello spazio aperto della società e non nel chiuso di una dispensa, non deve mai localizzarsi in un corpo femminile. Bisogna salvare a ogni costo l'ordine malato di un mondo edificato sulla paura maschile del sesso femminile, oggetto di inesauribile bisogno e inestinguibile nostalgia.  Proprio perché quell'ordine è agli sgoccioli, la paura diventa insopportabile, la violenza insostenibile. Gli integralisti sentono l'assordante rumore di fondo della libertà femminile che cresce, avvertono l'inevitabile tempesta che si avvicina: si comincia così, timidamente contestando che il chador debba essere solo nero. I maschi rinchiudono allora le "loro" donne in una teoria di involucri virginali e concentrici, come matrioske: una casa (o un burqa, casa mobile) che ha in grembo una donna, che ha in grembo una casa, la prima delle case, delle cui chiavi ella potrebbe rivendicare il possesso, come le puttane d'Occidente. Lo hanno fatto i Talebani, lo hanno fatto  e lo faranno ancora, se vinceranno,  i mujaheddin del Nord: anche nel loro aldilà ci sono le solite vergini che attendono, un'ossessione di possesso che non cessa nemmeno con la morte. Anche nel loro aldiquà ci sono stati burqa, stupri, leggi liberticide. E' tutto chiaro, quando capita di crescere un figlio maschio: nel commovente lavorio di distacco dal corpo onnipotente della madre, da quella terra che si deve lasciare ma si vuole per sempre possedere, nella storia di ogni singolo piccolo uomo si racconta la Storia degli uomini. Come in biologia, l'ontogenesi ricapitola la filogenesi. Lì, in quella lallazione primaria, riprende ogni volta forma l'alfabeto in cui sono scritte le tavole della legge di tutte le religioni monoteistiche e monosessuate, e in special modo le loro interpretazioni estreme.
Anche il lavorio delle teologhe femministe musulmane, che quel Dio figlio e padre non lo vogliono deludere né tradire, è commovente, e materno. In una disperata esegesi dei  versetti del Corano cercano gli strumenti di una liberazione femminile che non rompa con l'Islam: Sayeda Kadija, prima moglie del Profeta, non andava forse al mercato a trattare gli affari? E dov'è la sura che impone burqa e hidjab? E' scritto solo che nel suo abbigliamento la donna sia degna e decente. Quasi tutte le donne dell'Islam, a quanto pare, non vogliono rompere con la loro tradizione: nemmeno le rivoluzionarie, le radicali, le intellettuali. La strada per la loro libertà corre lì dentro, l'emancipazione non sarà all'occidentale.
Le tradizionaliste poi spiegano con santa e ispirata pazienza che con l'hidjab la musulmana "si libera dalla paura ed è perciò più forte di quella che non lo porta". Una paura che a quanto pare esiste ben prima della minaccia, è dentro la donna, preda per sua natura, e non nel maschio inferocito che la perseguita (tanto poi a blandirlo basta drappeggiarsi addosso uno straccio di nylon). Un clamoroso rovesciamento degli istinti, dei nessi causali. Una vertiginosa inversione della realtà. In questo mondo a testa in giù, dove la paura precede la minaccia, anche la morte viene prima della vita. Ricordate quello
che ha detto Abu Ghaith, portavoce di bin Laden? "Migliaia di giovani della nostra nazione aspirano al martirio tanto quanto gli americani vogliono la vita". E' stato un brivido, sentirlo. Questo sì che è puro pensiero! Il puro pensiero maschile delle origini. Il pensiero slegato dal corpo e dai suoi imperativi (vivere!), slegamento che è all'origine della metafisica intesa come sradicamento dalla physis, dalla nascita (per sbarazzarsi definitivamente della madre) e come celebrazione della morte. E non è forse un morto, quello che noi mortali cristiani adoriamo, inchiodato a un pezzo di legno? Non è la vita che rinasce purificata dalla morte del corpo quella a cui noi aneliamo? Il punto di vista delle donne,
se ce n'è uno che le unisce (e che va conquistando un numero crescente di uomini), è che la vita viene prima della morte, sempre. Che il pensiero si radica nel corpo. La prospettiva è quella della nascita (Hannah Arendt) e non della morte. Il che, sia chiaro, non si traduce in un pacifismo femminile "naturale", ottuso e rituale. La pace, ammesso che ci fosse,
non c'è più dall'11 settembre. La pace può essere solo costruita, serve il coraggio del conflitto, anche tra donne. Ci può volere forse del sangue (il meno possibile!), e un giro di vite, e talune illibertà. Può essere necessario soffrire, far soffrire. Assumersi dolorose responsabilità. Virilmente, femminilmente, in quanto donne.
Qui, in Occidente, ormai le donne possono parlare e fare come uomini, e gli uomini come donne, indipendentemente dai loro corpi di nascita, in una deriva sessuale certamente dolorosa, ma anche avventurosa, inebriante e fatale. Le ragazze non capiscono più che cosa vuole dire "in quanto donne". Eppure ancora, per l'ultima volta "in quanto donne", bisogna voltarsi indietro a guardare quei poveri fantasmi blu e la devastazione di un mondo in cui non c'è più bellezza perché le donne sono state neutralizzate, per capire a che cosa si è sfuggite e a che cosa non si vuole in alcun modo tornare. 
Una delle più strazianti e assurde e illuminanti forme di resistenza delle afghane è la frequentazione di saloni di bellezza clandestini: con movimenti lenti, quasi erotici, le donne si passano e ripassano il rossetto sulle labbra, più volte, quasi a renderlo indelebile, a calcare nel corpo l'identità che viene dalla bellezza, e la forza che viene dall'identità, 
dall'essere soggetti della propria vita. Poi si calano il sudario blu sulla testa, ma l'energia  lì sotto continua a pulsare, intatta. Toglieranno il velo per i loro mariti, che forse nel chiuso delle case si accenderanno di desiderio per quelle labbra rosse e afroditiche, e a loro volta si sentiranno più forti. Ecco la potenza della Bellezza in azione, della bellezza che muove il mondo, tutti i mondi possibili.
 
Contattate Rawa e Whapha
Le donne devono parlare perché sono al centro di questa guerra più che di ogni altra guerra, ma devono anche essere attentamente ascoltate. Le loro voci, poche e flebili, vanno amplificate. E invece nessuno dei governi della coalizione, né gli Stati Uniti né altri, ha ritenuto necessario mettersi in contatto con le organizzazioni femministe afghane, come il
Rawa o il Whapha. Nessuno le riconosce come interlocutrici e possibili alleate. Loro avrebbero da dire tutto l'orrore per gli attacchi terroristici negli Stati Uniti. Tutto il loro ardente desiderio di pace. Tutto il loro terrore di fronte alla prospettiva di una vittoria dell'Alleanza del Nord, perché il nemico, spiegano, è il fondamentalismo tutto, e gli uomini
di Massud sono stati loro i primi a imporre nuovamente il velo e molte restrizioni alla libertà femminile, dopo decenni di emancipazione. Non sono, queste donne, l'Islam "moderato" con cui si vorrebbe poter colloquiare? Nella loro resistenza silenziosa  le scuole clandestine per fanciulle, le messe in piega illegali schiacciate sotto il burqa, le radio a onde corte, il muto e microfisico lavorio quotidiano  non vi è forse l'embrione di quella resistenza antifondamentalista che potrebbe estinguere il fuoco appiccato da bin Laden e dai suoi? In rete si può dialogare con loro, hanno molte cose da raccontare e proporre, hanno anche molte critiche da esprimere sulla politica degli Stati Uniti nei confronti degli integralisti: quello che temono è che oggi, con l'Alleanza del Nord, si stia commettendo un nuovo tragico errore. A meno che si ritenga del tutto inutile parlare con loro, povere, prive di mezzi, ininfluenti. A meno che non si continui a pensare alla libertà femminile come a un lusso al quale, in tempi di ristrettezze, è conveniente saper rinunciare,
e non come a una garanzia per la libertà di tutti. Ma è possibile essere tanto ciechi?

Marina Terragni
da "Il Foglio" del 20 0ttobre 2001

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