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La rivista superpatinata, che in alcune settimane è arrivata a pesare anche nove etti, non la vorremmo proprio. Ma non è facoltativa: se scarti quella devi scartare anche il quotidiano, e così, ogni martedì che il buon Dio manda sulla terra, insieme a "Repubblica" (che accidenti leggiamo dal numero "zero"), ci tocca prendere anche "La Repubblica delle Donne". Noi che donne non siamo, e che dunque per statuto non facciamo parte di questa Repubblica, diamo una sbirciatina sommaria: la cellulite, il giro vita, i glutei bassi, la dimensione- del-pene-che -non-è-mai- un-problema, boh!, il solito tormentone dei "femminili", con in più Zucconi che la spara sempre più grossa dall'America e in ultima pagina la rubrica, con foto, del filosofo bel tenebroso che spiega algarottianamente la metafisica alle donne. Tutto qui? No, tra pagine e pagine di fotografie patinatissime di models ipoalimentate e tristanzuole, tra tacchi e trousses, rossetti e smalti, ricette impossibili e rubriche di Beauty, di Fitness e di Glamour ...c'è sempre, dico "sempre", un reportage con corredo di strazianti fotografie, dai luoghi più periferici e poveri del mondo. Il contrasto tra le signorine e le catapecchie è sicuramente scioccante e spesso lo sguardo del lettore non regge il confronto tra il primo e il terzo mondo così brutalmente giustapposti. Talora infatti i reportage sui poveri vengono accuratamente tenuti alla larga dalle models  e stanno quasi sigillati come gli inserti chiusi di sesso nelle riviste degli anni '70. Ma spesso - deve essere tanta la tirannia della pubblicità -, accade che l'inserto di povertà e l'inserzione modaiola, le fighe e gli sfigati, si fronteggino sullo stesso dispiego di pagina. Ne vien fuori un mix di fard e favelas, make-up e slum, chic e choc che non ha eguali. 
Ora, siccome l'accostamento non è casuale, ma palesemente intenzionale, redazionalmente voluto e perseguito, tanto da far sorgere il sospetto di un "pensiero estetico" alla Oliviero Toscani, ci siamo posti la domanda: perché "Repubblica" insegue questo modello di rivista? Abbiamo trovato quattro possibili risposte, le seguenti: 
1. "Repubblica" è in preda al "singhiozzo dell'uomo bianco" (dal titolo di un libro di Pascal Bruckner sul terzomondismo degli occidentali sazi e disperati). Evidentemente il quotidiano "si ricorda" di essere di sinistra, e quindi fa qualcosa... di sinistra. Il  suo è dunque un pedagogico "memento":  ricordatevi belle lettrici che ci sono i poveri...
2. Siccome i reportage ci vengono dagli angoli più remoti del pianeta, ciò vuol dire che "Repubblica" è affetta dalla "sindrome della contessa russa" di tolstojana memoria. Soffre di quella presbiopia sentimentale che induceva la nobildonna, andata in carrozza a teatro, a commuoversi fino alle lacrime per le lontane e dolorose vicende che si rappresentavano in scena, piuttosto che per il proprio cocchiere che nel frattempo, fuori in serpa, si moriva dal freddo. Un dolore mediato, distanziato e rappresentato, non è come un dolore immediato, vicino e reale. E noi preferiamo il primo al secondo.
3. "Repubblica" persegue una categoria estetica raffinatissima, simbolista e decadente. Il mélange tra lusso e fango, bigiotteria e acque reflue, ricorda quelle donne parigine che giunte in cima alle supreme noie, non trovano di meglio, come eccitante estetico, che immergersi nelle fogne parigine: Au fond de l'inconnu: Paradis ou Enfer, qu' importe?, diceva d'altronde Baudelaire.
4.Che c'azzecca... direbbe qualcun altro...

Alfio Squillaci

dal 3 dic. 2001
Fard & favelas
riflessioni sul  supplemento femminile di "Repubblica".
Esempio 1
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