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Giovanni - Paola...se quella domenica fossi rimasto con voi.

Paola -      E' una domanda?

Giovanni - Se quella domenica io non mi fossi precipitato come un cretino a casa di quel paziente...

Paola -      Dopo sarebbe comunque andato coi suoi amici...

Giovanni - Sì, ma se l'avessi portato a correre con me...poi avremmo preso un gelato, poi saremmo andati al cinema...Tu mi avevi anche detto: "Ma ci devi proprio andare?"...Era una giornata...

Paola -      Giovanni è inutile, tanto non si può tornare indietro!

Giovanni - E invece è proprio quello che io voglio fare. Tornare indietro.


Quello che  precede è un dialogo  tratto dal film di Nanni Moretti "La stanza del figlio". Nella sua disperata banalità è un dialogo che  ciascuno di noi ha tentato di condurre di fronte a qualsiasi fatto tragico, alternando il laconico buonsenso di Paola alla "logica" ostinazione di Giovanni. Tornare indietro: far ripartire i "se" dal punto che noi vogliamo. Ma non è possibile. Paola non dice infatti: "È così, e non poteva essere altrimenti che così", non si abbandona ossia ad un cupo fatalismo, molto diffuso peraltro, secondo cui vuol-dire-che-era-quello-il-suo-
destino", frase che in genere si porge con solenne gravità, ma che,  nel suo intimo nucleo logico è  una pura banalità tautologica. Paola accetta il dato di fatto: non si può tornare indietro. I Greci dicevano che modificare il passato è facoltà negata anche agli Dei. E i latini con solenne concisione aggiungevano "Factum infectum fieri nequit". (Ch traduco alla bell'e meglio con "Un  fatto non si può darlo come non avvenuto").
Eppure in tutti noi, colpiti da un evento  drammatico, resta una disperazione "logica" (attinente cioè i processi mentali e quindi  quelli reali): la richiesta mentale  di riaggomitolare il filo degli accadimenti reali, di ripartire da "quel"  punto. E la più grande disperazione interviene quando realizziamo che questo ritorno ci viene negato.

Aristotele nella Metafisica (traggo questa citazione dal misterioso libretto di Carlo Augusto Viano "Forma ed evento",  Neri Pozza, Venezia 1960) così spiegava l'accadere di un fatto: «Morrà di morte violenta? Se uscirà. E uscirà? Se avrà sete. E avrà sete? Se...». Se è così viene  la tentazione di  riaggomitolare e ricalcolare tutti i "se" di un individuo e risalire, da impliczione a implicazione, tutto il corso della sua vita fino alla prima scaturigine, al primo ballottaggio di "se", all'incontro del seme, di quel seme, con l'ovulo,  quell'ovulo. Se, se, se. Tutta la nostra vita, per dirla con gli informatici e gli statistici, è una nidificazione di se.  Disperazione? No. Es ist Gut, direbbe Kant davanti all'ultima implicazione: "Sta bene": è la nostra condizione umana. E allora: disperazione.

Alfio Squillaci
Il calcolo dei "se"...
la vita come nidificazione di probabilità.
dal 11 febbraio 2001
Esempio 1
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